Valorizziamo le competenze professionali dei beni comuni
Associazione in fase di costituzione
La Common Goods Professionals Association è attualmente un progetto associativo in fase di costituzione, promosso da un Comitato promotore coordinato da Oliviero Casale. Il percorso in corso è finalizzato alla definizione condivisa dell’identità dell’associazione, dello statuto, degli organi di governo, delle regole di partecipazione e degli strumenti attraverso i quali valorizzare le competenze professionali impegnate nella tutela, nella governance, nella rigenerazione e nell’uso responsabile dei beni comuni.
Fino al completamento degli atti costitutivi, la Common Goods Professionals Association non è ancora formalmente costituita e non opera come associazione professionale. Le informazioni pubblicate in questo sito hanno pertanto finalità conoscitive, progettuali e partecipative, illustrano gli obiettivi dell’iniziativa e accompagnano il confronto con professionisti, studiosi, organizzazioni e soggetti interessati a contribuire alla costruzione dell’associazione.
La consultazione del sito, la partecipazione agli incontri promossi dal Comitato promotore o la trasmissione di una manifestazione di interesse non determinano automaticamente l’acquisizione della qualità di associato e non comportano il rilascio di attestazioni di qualità, qualificazioni professionali, certificazioni delle competenze o altri titoli professionali.
Una volta completato il percorso costitutivo, l’associazione intende operare nell’ambito delle professioni non organizzate in ordini o collegi, nel rispetto dei principi e delle disposizioni della Legge 14 gennaio 2013, n. 4. L’eventuale richiesta di inserimento nell’elenco delle associazioni professionali pubblicato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy potrà essere valutata successivamente alla costituzione, sulla base dell’effettivo possesso dei requisiti normativi, organizzativi, deontologici e di trasparenza previsti.
Durante questa fase, il Comitato promotore prosegue il lavoro di ascolto e confronto necessario a costruire un’associazione pluralistica, trasparente e aperta alla partecipazione di competenze differenti, capace di contribuire alla cura del vivente e dei beni comuni materiali e immateriali dai quali dipendono il benessere delle comunità, la qualità dei territori e le possibilità delle generazioni future.
Il riferimento ai beni comuni multilivello
La Common Goods Professionals Association assume come proprio riferimento culturale, professionale e operativo la proposta dei beni comuni multilivello, intesa come una categoria teorica ancora aperta al confronto e all’evoluzione sul piano giuridico, ecologico, sociale, tecnologico e istituzionale. Attraverso tale prospettiva, l’associazione intende collegare professionalità e competenze impegnate nella conoscenza, nella tutela, nella governance, nella rigenerazione e nella cura delle condizioni dalle quali dipendono la vita collettiva, l’effettività dei diritti e la possibilità di una convivenza sostenibile.
I beni comuni multilivello non costituiscono una nuova classe di beni da aggiungere ai beni pubblici, privati, collettivi, locali o globali, né coincidono automaticamente con tutto ciò che presenta un interesse sociale o ambientale. La categoria rappresenta piuttosto un criterio di qualificazione che consente di riconoscere quando una condizione socio-ecologica o sociotecnica, materiale o immateriale, assume una rilevanza comune tale da richiedere forme specifiche di conoscenza, responsabilità e governo.
Possono essere qualificati come beni comuni multilivello quelle condizioni dalle quali dipendono la continuità della vita collettiva, la dignità delle persone, l’effettività dei diritti, la cura del vivente e la possibilità di una convivenza sostenibile, quando i loro usi, il loro degrado o le forme della loro tutela producono effetti che si propagano oltre il luogo nel quale è stata assunta la decisione iniziale. Ciò che rileva, pertanto, non è soltanto l’entità considerata in sé o il suo regime proprietario, ma l’insieme delle relazioni ecologiche, sociali, istituzionali e tecnologiche che essa sostiene e che devono essere preservate, rese conoscibili e governate nel tempo.
Affinché si possa parlare propriamente di bene comune multilivello, devono ricorrere congiuntamente alcune condizioni distintive. Deve essere coinvolta una funzione vitale per le persone, le comunità, gli ecosistemi o l’esercizio dei diritti; gli effetti dell’uso, della compromissione o della tutela devono propagarsi oltre il luogo della decisione iniziale; le scale interessate non devono poter essere governate separatamente; nessun singolo attore, livello istituzionale o regime proprietario deve risultare sufficiente a garantire la continuità della condizione comune; la tutela deve infine poter essere tradotta in perimetri pertinenti, soglie verificabili, monitoraggi pubblici e responsabilità condivise.
Il carattere multilivello non indica, quindi, soltanto la presenza di diversi livelli amministrativi. Esso deriva dall’intreccio tra la scala ecologica dei cicli, degli habitat e delle capacità rigenerative, quella territoriale lungo la quale si propagano gli effetti, quella istituzionale delle competenze e delle responsabilità, quella proprietaria dei diritti e degli usi, quella temporale che collega generazioni presenti e future e quella conoscitiva dei saperi necessari a comprendere, documentare e valutare le conseguenze delle decisioni. Un bene comune multilivello emerge quando tali dimensioni non possono più essere trattate separatamente senza generare frammentazione, opacità o trasferimenti ingiusti di costi e rischi.
Acque, falde, suoli, bacini idrografici, corridoi ecologici, qualità dell’aria e altri sistemi naturali possono assumere questa qualificazione quando la loro continuità dipende da decisioni distribuite tra proprietà, territori, attività economiche e istituzioni differenti. Analogamente, dati, infrastrutture informative, sistemi di monitoraggio, piattaforme digitali o configurazioni dell’intelligenza artificiale possono acquisire rilevanza comune multilivello quando incidono in modo sostanziale sull’accesso ai diritti, sui servizi essenziali, sulla conoscenza pubblica, sulla sicurezza, sul lavoro o sulla capacità democratica di comprendere e contestare le decisioni. L’appartenenza a uno di questi ambiti non è tuttavia sufficiente, poiché la qualificazione dipende sempre dalla compresenza delle condizioni indicate e dalla funzione concretamente svolta rispetto alla vita collettiva.
Anche un bene giuridicamente privato può entrare in una sfera di rilevanza comune senza perdere la propria natura proprietaria, qualora le modalità del suo utilizzo producano conseguenze che oltrepassano il perimetro della proprietà e incidono su falde, suoli, biodiversità, salute, sicurezza o altre condizioni condivise. In questi casi non viene messa in discussione automaticamente la titolarità del bene, ma diventa necessario governarne gli usi attraverso limiti, obblighi di prevenzione, monitoraggi, responsabilità e forme di partecipazione adeguate agli effetti prodotti.
Spostare l’attenzione dal bene come oggetto isolato al bene come condizione interdipendente della vita collettiva comporta anche un cambiamento nelle forme della governance. Nessuna autorità centrale, comunità locale, organizzazione sociale, impresa o competenza professionale può affrontare da sola problemi che attraversano contemporaneamente territori, settori, conoscenze e responsabilità differenti. Diventa pertanto necessaria una governance policentrica ed eterogenea, capace di coordinare più centri decisionali e di mettere in relazione strumenti giuridici, conoscenze scientifiche, capacità amministrative, competenze professionali, risorse economiche, saperi territoriali e pratiche civiche.
La cittadinanza, entro questa architettura, non viene coinvolta soltanto attraverso consultazioni occasionali, ma può assumere funzioni stabili nella produzione della conoscenza, nella deliberazione sulle priorità, nel monitoraggio, nella verifica pubblica e nella cura. Dati accessibili, osservatori civici, possibilità di controperizia, sedi permanenti di confronto e obblighi di risposta delle istituzioni contribuiscono a impedire che la responsabilità condivisa si trasformi in una responsabilità indistinta, nella quale nessun soggetto risulta effettivamente chiamato a rispondere delle decisioni assunte.
La cura del vivente rappresenta una componente essenziale di questa prospettiva, poiché richiama la responsabilità di preservare e rigenerare le relazioni dalle quali dipendono persone, comunità, animali, biodiversità ed ecosistemi. Non si tratta di un’espressione soltanto valoriale, ma di un orientamento che richiede di riconoscere soglie ecologiche, capacità rigenerative, vulnerabilità sociali, effetti intergenerazionali e condizioni di accessibilità, intervenendo prima che il deterioramento diventi irreversibile e non limitandosi a compensarne successivamente le conseguenze.
Su queste basi, la Common Goods Professionals Association intende favorire la costruzione di competenze interdisciplinari e la cooperazione tra professionisti, istituzioni, università, organizzazioni sociali, imprese responsabili e comunità. L’obiettivo è contribuire a rendere i beni comuni multilivello conoscibili, verificabili e governabili, promuovendo perimetri pertinenti, soglie e indicatori, infrastrutture condivise della conoscenza, responsabilità riconoscibili e forme continuative di partecipazione civica.
L’impegno dell’associazione non riguarda quindi la semplice protezione di un elenco predeterminato di beni, ma la capacità di riconoscere e prendersi cura delle condizioni interdipendenti che rendono possibile la vita comune. Attraverso questa impostazione, le competenze professionali possono concorrere alla prevenzione dei danni, alla rigenerazione dei territori, alla qualità delle istituzioni, alla responsabilità verso le generazioni future e alla costruzione di comunità più consapevoli, generative e capaci di affrontare le trasformazioni senza disperdere le relazioni essenziali dalle quali dipendono.
